Rapporto CIDA-Censis: i giovani chiedono merito

Francesco Rodorigo - Leggi e prassi

CIDA compie 80 anni. Alta l'attenzione sui giovani: l’83,3% vuole fare carriera e il 95,5% è pronto a investire in nuove competenze, ma l’89% ritiene che il merito non sia riconosciuto

Rapporto CIDA-Censis: i giovani chiedono merito

Gli italiani continuano a riconoscere il valore di figure capaci di assumere responsabilità, dare senso al lavoro e guidare il cambiamento.

I giovani, da parte loro, non hanno rinunciato alla carriera e sono pronti a investire sulle proprie competenze, ma chiedono un Paese nel quale studio, impegno e talento possano tradursi in crescita professionale e sociale.

È la fotografia che emerge dal Rapporto CIDA-Censis “Preparando il futuro”, che accompagna la celebrazione degli ottant’anni della Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità (CIDA) che si è svolta oggi, 12 ottobre, presso l’Auditorium della Conciliazione di Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica, e a cui ha partecipato in presenza anche la redazione di Informazione Fiscale.

I giovani non sono disinteressati al lavoro, chiedono merito

La ricerca è stata realizzata su un campione nazionale rappresentativo di italiani tra i 18 e i 55 anni e analizza le aspettative dei giovani nei confronti del lavoro e della carriera, il riconoscimento sociale della dirigenza, il rapporto tra leadership e intelligenza artificiale e la visione del futuro del Paese.

Il quadro che emerge è facilmente riassumibile: nei giovani l’ambizione resiste ma la fiducia si spezza.

L’83,3% dei giovani tra i 18 e i 34 anni dichiara di voler fare carriera, contro il 73,9% del totale degli italiani.

Dal rapporto, quindi, non emerge il quadro spesso rappresentato in Italia di una generazione disinteressata al lavoro o indisponibile ad assumersi responsabilità.

Il 95,5% dei giovani, infatti, si dice molto o abbastanza disposto a sviluppare nuove competenze e il 90,5% a investire nell’aggiornamento continuo.

L’86,9% si dichiara pronto a coordinare un gruppo verso un obiettivo comune, l’87% a motivare le persone con cui lavora, il 90,8% a rendere conto dei propri risultati e l’86,1% ad assumersi più responsabilità.

Il problema dunque non è l’ambizione. Questa, si legge infatti nel rapporto, si scontra con una forte sfiducia nei meccanismi di riconoscimento.

Il 90,8% dei giovani ritiene che il lavoro non garantisca più la sicurezza economica del passato; l’89% che il merito in Italia non sia adeguatamente riconosciuto; l’86,1% che sia sempre più difficile migliorare la propria posizione sociale. Il 79,5% pensa di dover guadagnare di più in relazione alle proprie competenze e al titolo di studio, mentre per il 56,3% per fare carriera occorre andare all’estero.

A frenare i giovani non è dunque la mancanza di aspirazioni, ma la perdita di fiducia nella possibilità che l’investimento personale produca risultati.

Il capitale umano costruito attraverso lo studio e la formazione rischia così di non trasformarsi in un patrimonio collettivo per il Paese, in pratica “i giovani vivono in modo paradigmatico ed all’estremo gli effetti della crisi della società cetomedista: mobilità sociale in alto difficile, lavoro svalorizzato e merito misconosciuto”.

“I dati ci restituiscono una generazione molto diversa da quella che spesso raccontiamo”, ha dichiarato il presidente CIDA, Stefano Cuzzilla, “i giovani non ci stanno chiedendo di abbassare l’asticella: ci stanno chiedendo di poterla raggiungere. La vera frattura è nella fiducia: se nove su dieci ritengono che il merito non sia riconosciuto, dobbiamo tornare a rendere credibile la promessa che attraverso il lavoro, la competenza e l’impegno sia possibile migliorare la propria condizione. È una questione che riguarda i giovani, il ceto medio e, in definitiva, la mobilità sociale del Paese”.

“Nel 1946 la competenza fu una delle forze della ricostruzione italiana. Oggi deve aiutarci a governare l’incertezza, ricostruire fiducia e restituire ai giovani la possibilità di credere nel lavoro e nel merito. È questo il compito della dirigenza e la sua responsabilità verso il Paese: non prevedere il futuro, ma contribuire a determinarlo.”

Ceto medio, giovani e donne: le priorità per la crescita del Paese

Il momento di maggiore valore simbolico della cerimonia è stata la consegna al Capo dello Stato della Carta della Dirigenza e delle Alte Professionalità.

È un impegno assunto dall’intero sistema CIDA. Le sue dieci Federazioni rappresentano mondi professionali diversi: industria e terziario, Pubblica Amministrazione, scuola e sanità, agricoltura, credito e assicurazioni, università e ricerca. Le unisce una responsabilità comune, quella di dare una direzione al cambiamento.

La Carta si fonda su cinque principi:

  • la libertà si governa;
  • la persona è il fine;
  • il merito è equità;
  • la fiducia si costruisce;
  • il futuro si guida.

Secondo CIDA, quindi, le questioni più urgenti per il Paese sono:

  • la tenuta del ceto medio;
  • le opportunità per i giovani;
  • la piena valorizzazione delle competenze femminili;
  • la capacità del sistema produttivo di tornare a crescere.

La crescita passa anche dalla capacità del sistema produttivo di innovare e aumentare la produttività.

“La tecnologia è sicuramente l’innesco, ma la differenza la fanno le persone”, ha concluso Cuzzilla, “È qui che si misura la responsabilità di una classe dirigente: creare le condizioni perché il cambiamento diventi un’opportunità e non una frattura”.