Cgia: “la burocrazia strangola le imprese”. Critiche sui decreti coronavirus

Stefano Paterna - Pubblica Amministrazione

La Cgia di Mestre denuncia ancora il costo della burocrazia per le imprese: 57,2 miliardi di euro all'anno. Un esempio lampante arriva dai decreti sul coronavirus, e dal caos generato da provvedimenti indecifrabili, come il DL Liquidità.

Cgia: “la burocrazia strangola le imprese”. Critiche sui decreti coronavirus

Oltre a quella da COVID-19 un’altra epidemia starebbe devastando l’economia italiana: quella provocata dalla burocrazia. A denunciarlo di nuovo è la Cgia di Mestre, secondo la quale il costo annuo per le imprese a causa dell’eccesso di scartoffie sarebbe ben di 57,2 miliardi di euro.

Questa volta l’associazione veneta di categoria dei piccoli artigiani basa la sua accusa ricorrente alla burocrazia sui dati raccolti dallo Studio Ambrosetti lo scorso anno nella ricerca The European House - Ambrosetti: “La PA (Pubblica Amministrazione) da peso Aggiunto a Potenziale Aiuto alla crescita del Paese”.

Tra i maggiori ostacoli posti dinanzi alle aziende c’è il numero eccessivo di norme. Secondo Cgia in Italia abbiamo 160.000 norme (di cui 71.000 di emanazione centrale e il resto locale dalle regioni in giù), mentre in Germania 5.500, in Francia 7.000 e in Gran Bretagna 3.000.

Tra le città più colpite dal fenomeno ci sono ovviamente quelle che contribuiscono maggiormente alla creazione di ricchezza del paese, ovvero le imprese di Milano (5,77 miliardi di euro), Roma (5,37 miliardi) e Torino (2,43). In coda Enna (87 milioni di euro), Vibo Valentia (82 milioni) e Isernia (56 milioni di euro).

La burocrazia strangola le imprese: l’esempio negativo dei decreti contro il Coronavirus

Come esempio negativo l’Ufficio Studi di Cgia prende la decretazione d’urgenza del governo Conte in materia di emergenza sanitaria da Coronavirus.

“Basti pensare - si legge nel comunicato dell’associazione di categoria - che al netto delle disposizioni prese dalle singole regioni, in questi ultimi 2 mesi il Governo ha approvato una dozzina di decreti, costituiti da oltre 170 pagine, per fronteggiare l’emergenza COVID-19”.

Molti di questi decreti secondo Cgia sarebbero pressoché indecifrabili. Un esempio è il Decreto Liquidità:

“che ha messo in grosse difficoltà le strutture operative sia delle banche sia del Fondo di garanzia gestito dal Mediocredito Centrale. A distanza di 10 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, infatti, nessuna impresa è ancora riuscita a
ottenere 1 euro di prestito”
.

A questo si aggiunge che commercialisti, consulenti del lavoro e associazioni di categoria sarebbero subissati dalle richieste di spiegazioni “degli imprenditori che non sanno se e come possono slittare il pagamento delle tasse, come ricorrere alla CIG, quando verrà erogata ai propri dipendenti o se possono tornare a operare”.

La ricetta di Cgia contro l’eccesso di burocrazia

Cgia ovviamente non manca di comunicare le sue indicazioni per semplificare il quadro normativo, evitare sovrapposizioni dei diversi livelli di governo e accelerare la risposta della pubblica amministrazione. La ricetta consiste in sette punti:

  • migliorare la qualità e ridurre il numero delle leggi, analizzando
  • più attentamente il loro impatto, soprattutto su micro e piccole imprese;
  • monitorare con cadenza periodica gli effetti delle nuove misure
  • per poter introdurre tempestivamente dei correttivi;
  • consolidare l’informatizzazione della Pubblica amministrazione, rendendo i siti più accessibili e i contenuti più fruibili;
  • far dialogare tra di loro le banche dati pubbliche per evitare la duplicazione delle richieste;
  • permettere all’utenza la compilazione esclusivamente per via telematica delle istanze;
  • procedere e completare la standardizzazione della modulistica;
  • accrescere la professionalità dei dipendenti pubblici attraverso un’adeguata e continua formazione.

Coronavirus: c’è una PA che funziona e un privato assente

Fin qui Cgia, il cui piano coincide per molti aspetti con gli intendimenti del capo dell’odiata burocrazia, ovvero il ministro della pubblica amministrazione Fabiana Dadone.

Il problema è che se si passa dalla fase della declamazione dei mali alla loro risoluzione si incontrano ostacoli inaspettati.

Ad esempio, accrescere la professionalità dei dipendenti pubblici ha un prezzo e lo Stato italiano per il suo personale negli ultimi dieci anni ha scelto di spendere sempre meno, mentre realtà come la stessa Cgia da tempo si lamentano per gli eccessivi costi della pubblica amministrazione.

Peraltro, proprio nell’emergenza sanitaria si è riscontrato l’esatto contrario di quanto l’associazione di categoria veneta periodicamente denuncia: ovvero il sistema sanitario pubblico che è parte della PA, nonostante i tanti tagli subiti e con enormi sacrifici di medici e infermieri, ha fornito risposte positive, mentre la sanità privata nella migliore delle ipotesi ha brillato per la sua assenza, soprattutto in alcune regioni del Nord che più l’avevano privilegiata.

I mali della burocrazia sono reali, ma anche la cura ha un costo che è necessario pagare.

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