Il reato di diffamazione su Facebook: quando si configura?

Redazione - Leggi e prassi

Reato di diffamazione su Facebook: multe di almeno 516 euro per chi pubblica commenti offensivi. Ecco perché e a cosa prestare attenzione.

Il reato di diffamazione su Facebook: quando si configura?

Reato di diffamazione: nel caso di post su Facebook o social-network affini denigratori e lesivi della reputazione della persona può essere contestato il reato in questione ai sensi dell’articolo 595 del codice penale. È questo quanto indicato dall’orientamento giurisprudenziale attuale che aggiorna alle nuove tecnologie il reato di diffamazione su Facebook.

Per commenti pubblicati su social-network inoltre si configura un’aggravante specifica: quella della diffusione del messaggio lesivo mediante mezzi che possono raggiungere una quantità di persone potenzialmente rilevante. È quindi bene prestare attenzione all’utilizzo che si compie sui nuovi mezzi di comunicazione dal momento che si possono rischiare cause penali per diffamazione.

Cerchiamo di fare il punto in merito al reato di diffamazione su Facebook facendo riferimento alle ultime sentenze sul tema anche degli ultimissimi anni.

Il reato di diffamazione su Facebook: quando si configura?

In primo luogo va specificato come il reato di diffamazione, su Facebook o meno, viene a tutelare la reputazione, l’onore o il decoro della persona da offese di carattere illecito. La diffamazione, nello specifico, si configura in presenza di espressioni lesive della rispettabilità morale, umana o professionale del soggetto offeso a una pluralità di persone (più di due).

In particolare, il reato di diffamazione si configura ove vengano a verificarsi le tre seguenti ipotesi:

  • contenuto offensivo e lesivo dell’immagine e del decoro della persona offesa;
  • comunicazione a più persone;
  • assenza della persona, ovvero impossibilità della stessa di percepire l’offesa.

Come ha ribadito più volte la Corte di Cassazione, il reato di diffamazione si configura anche nell’ambito dei moderni social-network e quindi anche e soprattutto su Facebook.

Ma c’è di più: in considerazione della quantità di persone che, anche solo potenzialmente, potrebbero visualizzare contenuti offensivi al reato di diffamazione su Facebook viene ad aggiungersi l’aggravante di diffusione per stampa o altri mezzi di pubblicità (c. 3 art. 595 del codice penale).

L’aggravante in questione in linea di principio, inoltre, può essere contestata anche per altre forme di condivisione di contenuti come chat, mail oppure sms.

In particolare, la sentenza numero 24431/2015 della Corte di Cassazione ha precisato come rientri all’interno del reato di diffamazione aggravato la pubblicazione di un commento offensivo sulla bacheca di Facebook. Le pene commutate quindi vanno da una multa non inferiore ai 516 euro.

Reato di diffamazione: Facebook come un mezzo di pubblicità

L’aggravante del reato di diffamazione su Facebook si configura quando l’espressione lesiva si sia prodotta “col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” (c. 3, art. 595 c.p.). La genericità della formulazione relativa al mezzo di pubblicità è stato interpretato in senso estensivo venendo ad includere anche i post su Facebook.

In particolare, postare commenti offensivi e denigratori su Facebook configura l’aggravante in questione in quanto la diffamazione trova

il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa.” (Cass. 24431/2015)

I contenuti postati su Facebook quindi, al pari di comizi o e-mail inviate a numerosi destinatari, possono essere diffusi ad un numero quantitativamente apprezzabile di utenti rendendo punibile in comportamento come reato di diffamazione aggravato.

La Corte di Cassazione è intervenuta recentemente in merito con la sentenza n. 4873/2017, sottolineando come Facebook sia sì un mezzo di pubblicità ma non di stampa. Nonostante la questione sembri riguardare meri cavilli burocratici, la conseguenza di questa precisazione è quella di escludere per comportamenti offensivi su Facebook e altri social l’ulteriore aggravante disposta per attribuzione di un fatto determinato con il mezzo della stampa (art. 13, L. 47/1948).