Costi deducibili solo se certi o obiettivamente determinabili

Emiliano Marvulli - Imposte

A fronte dell'accertamento di ricavi non dichiarati, perché sia valida la deduzione dei correlati costi a fini della determinazione del reddito deve essere provata l'esistenza o comunque devono essere allegati i dati dai quali l'esistenza di tali costi poteva essere desunta. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza numero 230 dell'8 gennaio 2020.

Costi deducibili solo se certi o obiettivamente determinabili

A fronte dell’accertamento di ricavi non dichiarati, il contribuente che vuole far valere la deduzione dei correlati costi a fini della determinazione del reddito deve provarne l’esistenza o comunque allegare i dati dai quali l’esistenza di tali costi poteva essere desunta.

Non è legittimo, nel giudizio tributario e in quello penale, presumere l’esistenza di costi deducibili in assenza quantomeno di allegazioni fattuali che rendano almeno legittimo il dubbio in ordine alla loro sussistenza.

Questi sono i principi contenuti nella sentenza numero 230/2020 della Corte di Cassazione.

Corte di Cassazione - Ordinanza numero 230 dell’8 gennaio 2020
Costi deducibili solo se certi o obiettivamente determinabili. A stabilirlo è la sentenza numero 230 dell’8 gennaio 2020.

La decisione – La vicenda processuale riguarda una sentenza emessa della Corte di appello, di condanna nei confronti del legale rappresentante di una società per il reato di cui all’art. 5 d.Igs. 74/2000 per omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi e sul valore aggiunto relative all’anno di imposta 2006.

Avverso tale decisione l’imputato ha proposto ricorso lamentando che in sede penale, ai fini della ricostruzione del reddito complessivo della società, non potevano essere utilizzati i dati inseriti nell’elenco clienti-fornitori, avente il valore di mere autocertificazioni redatte dagli interessati.

La tesi difensiva è stata respinta dai giudici delle Corte di cassazione, i quali hanno rilevato che i dati rinvenuti nell’elenco fornitori, inviato dai clienti dell’imputato all’Agenzia delle Entrate, non costituivano mere annotazioni.

Al contrario, le annotazioni contenute nell’elenco fornitori corrispondevano a fatture regolarmente registrate in corrispondenza di prestazioni di servizi ricevute o di beni acquistati dal soggetto emittente la corrispondente fattura sulla quale il cliente, in quanto titolare di partita IVA, è legittimato a detrarre la relativa imposta ed aventi perciò valore probatorio in ordine all’acquisto di beni.

I giudici di legittimità hanno respinto anche l’ulteriore doglianza di parte sulla ricostruzione del reddito operata dall’Erario e sui riflessi in sede penale. Nel caso di specie, infatti, il volume d’affari della società accertata era stato ricostruito sulla base delle fatture ad essa riconducibili, ricostruite sulla base di quelle ricevute dai clienti e regolarmente registrate. Contrariamente da quanto affermato dall’imputato, quindi, nel caso di specie non era stata operata alcuna presunzione, trattandosi di un accertamento fiscale effettuato dall’Amministrazione finanziaria che, avendo ricostruito sulla base di quanto risultante dall’elenco fornitori, si sono limitati al calcolo matematico degli importi riportati sui singoli documenti per quantificarne il volume di affari dell’anno di imposta in contestazione.

In merito alla determinazione del reddito, la Corte ha affermato che la deducibilità di spese e di altri componenti negativi è legata alla certezza o comunque alla obiettiva determinabilità di tali componenti reddituali, non potendo questi essere puramente e semplicemente presunti.

Pertanto:

“ove a fronte dell’accertamento di ricavi non dichiarati l’imputato lamenti la mancata deduzione dei costi ad essi inerenti, deve provarne l’esistenza (artt. 187 e 190, cod. proc. pen.), o comunque allegare i dati dai quali l’esistenza di tali costi poteva essere desunta e dei quali il giudice non ha tenuto conto, non essendo legittimo, nemmeno in sede penale, presumere l’esistenza di costi deducibili in assenza quantomeno di allegazioni fattuali che rendano almeno legittimo il dubbio in ordine alla loro sussistenza”

I giudici d’appello hanno dato corretta applicazione a tali principi perché, a fronte del silenzio dell’imputato, hanno quantificato l’imposta evasa contabilizzando i maggiori ricavi conseguiti senza dedurre i costi, in ordine alla cui esistenza effettiva (o anche solo al ragionevole dubbio in ordine alla loro esistenza) mancavano specifiche deduzioni o allegazioni.

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