Illegittimo l’accertamento induttivo sulla base del valore ai fini del registro

Emiliano Marvulli - Imposte

È illegittimo l'accertamento induttivo sulla plusvalenza patrimoniale da parte dell'Amministrazione finanziaria basato solo sul valore dichiarato, accertato o definito ai fini di altra imposta commisurata al valore del bene, come l'imposta di registro. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con l'Ordinanza numero 1969 del 29 gennaio 2020.

Illegittimo l'accertamento induttivo sulla base del valore ai fini del registro

In tema di imposte sui redditi d’impresa, per la determinazione della plusvalenza realizzata con la vendita di un immobile occorre rifarsi alla differenza fra il prezzo di cessione e quello di acquisto, e non al valore di mercato del bene, come per l’imposta di registro.

Di conseguenza l’Amministrazione finanziaria non può accertare induttivamente la plusvalenza patrimoniale solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini di altra imposta commisurata al valore del bene, come l’imposta di registro. Questo il contenuto dell’Ordinanza della Corte di Cassazione numero 1969 del 29 gennaio 2020.

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Corte di Cassazione - Ordinanza numero 1969 del 29 gennaio 2020
Illegittimo l’accertamento induttivo sulla base del valore ai fini del registro. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con l’Ordinanza numero 1969 del 29 gennaio 2020.

La decisione – A seguito della cessione di un terreno edificabile ad un prezzo non ritenuto congruo ai fini dell’imposte di registro, l’Ufficio finanziario accertava un maggior valore del negozio rispetto a quanto dichiarato dal contribuente. Da tale procedura scaturiva un accertamento induttivo ai fini delle imposte dirette per l’omessa dichiarazione della plusvalenza da cessione. Il contribuente proponeva ricorso ma entrambi i gradi di merito gli risultavano sfavorevoli.

Lo stesso ha proposto allora ricorso per cassazione, lamentando violazione e falsa applicazione dell’art. 42 d.P.R. n. 600/1973 e dell’art. 7 della legge n. 212/2000 nella parte in cui il valore determinato ai fini dell’imposta di registro è stato ritenuto applicabile anche a fini delle imposte dirette, il cui accertamento è stato ricavato su quei valori.

Il motivo è stato ritenuto fondato e il ricorso accolto, con la cassazione della sentenza impugnata e il rinvio alla stessa CTR in diversa composizione.

In primo luogo, in materia di accertamento di una plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria la Corte di Cassazione ha affermato il principio per cui “l’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere in via presuntiva sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro, restando a carico del contribuente l’onere di superare la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato col valore di mercato accertato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro, dimostrando di aver in concreto venduto ad un prezzo inferiore”.

Tuttavia il medesimo collegio di legittimità ha chiarito che la situazione è mutata a seguito dell’emanazione del d.lgs. n. 147 del 2015 che, all’art. 5. co. 3 recita che “per le cessioni di immobili e di aziende nonché per la costituzione e il trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo non e’ presumibile soltanto sulla base del valore anche se dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, ovvero delle imposte ipotecaria e catastale di cui al decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 347”.

La norma, peraltro, essendo di interpretazione autentica, ha efficacia retroattiva ed “esclude che l’Amministrazione finanziaria possa ancora procedere ad accertare, in via induttiva, la plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di immobile o di azienda solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini di altra imposta commisurata al valore del bene”.

A conferma è opportuno precisare che la base imponibile ai fini IRPEF non è data dal valore del bene, ma dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo di imposta e il prezzo di acquisto del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo. Se ne deduce che, non essendo assimilabile la base imponibile ai fini dell’imposta di registro a quella prevista per l’Irpef, l’accertamento presuntivo della plusvalenza sulla base del valore determinato ai fini del registro deve ritenersi illegittimo.

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