Iri, rinvio al 2018 per l’imposta fissa del 24%. Legge di Bilancio penalizza le imprese

Rinvio Iri al 1° gennaio 2018: l'ipotesi contenuta nella bozza di bilancio danneggia (e beffa) le imprese.

Iri, rinvio al 2018 per l'imposta fissa del 24%. Legge di Bilancio penalizza le imprese

Iri, rinvio al 1° gennaio 2018 per l’imposta sul reddito imprenditoriale con aliquota al 24% introdotta dalla Legge di Bilancio 2017.

Si tratta di una delle novità fiscali della Legge di Bilancio 2018 più critiche: in rinvio dell’Iri al 2018 è in palese contrasto con lo Statuto dei diritti del contribuente e penalizza le imprese che avevano scelto di adottare il nuovo regime di tassazione già a partire dall’anno d’imposta 2017.

A denunciarlo è l’ANC, Associazione dei Commercialisti, con un comunicato stampa pubblicato il 19 ottobre 2017.

Una sorta di proroga a sfavore delle imprese che, in conformità con quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2017, avevano scelto di adottare il comportamento concludente utile per l’applicazione dell’Iri sui redditi del 2017.

Invece, ad oggi, la Legge di Bilancio 2018 prevede il rinvio dell’entrata in vigore dell’Iri di un anno, e per le imprese che hanno anche sostenuto i costi di consulenza relativi all’applicazione del regime di tassazione ad aliquota del 24% per il 2017 si tratta dell’ennesima beffa da parte del Governo.

Ecco le novità e le criticità per le imprese con il rinvio Iri al 1° gennaio 2018.

Iri, rinvio al 2018 per l’imposta fissa del 24%. Legge di Bilancio penalizza le imprese

A denunciare gli effetti negativi per le imprese dovuti al rinvio dell’Iri al 2018 è stata l’ANC, con un comunicato stampa pubblicato il 19 ottobre 2017 che sottolinea come quanto previsto attualmente dalla bozza di Legge di Bilancio 2018 vada in palese contrasto con quanto previsto dallo Statuto dei diritti del contribuente.

Cerchiamo di capirci di più.

L’Iri, introdotta dalla Legge di Bilancio 2017 e in vigore a partire dal 1° gennaio scorso, consente alle imprese in forma di ditta individuale e società di persone di beneficiare della tassazione ad aliquota fissa del 24% sul reddito imprenditoriale, cioè sugli utili non prelevati e lasciati in azienda.

La detassazione della quota di reddito lasciata in azienda era stata introdotta con la Legge di Bilancio 2017 al fine di agevolare la capitalizzazione delle imprese, con una tassazione ridotta e con aliquota fissa del 24% per gli utili non prelevati dal professionista, al pari di quanto previsto per l’Ires.

Perché la Legge di Bilancio 2018 ha previsto, invece, un rinvio dell’entrata in vigore dell’Iri dal 1° gennaio 2018? Secondo quanto denunciato dall’Associazione Nazionale dei Commercialisti si tratta, in sintesi, di mere ragioni di cassa.

Lo stesso motivo per cui, al contrario e con un atteggiamento che sulle pagine di Informazione Fiscale abbiamo più volte criticato come pericoloso proprio per la tenuta del nostro sistema tributario, il Governo continua ad “agevolare” i debitori, con l’ennesima proroga a tutto spiano della rottamazione delle cartelle esattoriali.

Rinvio Iri al 1° gennaio 2018 è contro lo Statuto dei diritti del contribuente

L’ennesima assurdità fiscale del Governo introdotta dalla Legge di Bilancio 2018 è una vera e propria penalizzazione per le imprese che, a partire dal 1° gennaio 2017, avevano adottato un comportamento concludente al fine dell’applicazione dell’aliquota agevolata Iri del 24%.

L’opzione della tassazione separata con aliquota fissa del 24% per i redditi lasciati in azienda e non prelevati si esercita, infatti, non con una dichiarazione ex-ante, ma adottando tutti i comportamenti idonei all’applicazione dell’Iri. Successivamente, la conferma della scelta dell’Iri si effettua con la prima dichiarazione Iva annuale.

Attualmente, secondo quanto previsto dalla bozza della Legge di Bilancio 2018, il rinvio dell’Iri al 2018 penalizzerebbe i contribuenti che hanno adottato tali comportamenti concludenti.

Si riporta di seguito il testo del comunicato stampa pubblicato dall’ANC il 19 ottobre 2017 che denuncia pubblicamente l’assurdità del rinvio dell’Iri al 2018:

Il DDL di Bilancio per il 2018 potrebbe, allo stato attuale, stabilire il rinvio al periodo di imposta 2018 dell’IRI, ovverosia l’imposta sul reddito imprenditoriale secondo l’aliquota fissa del 24%, stabilita con LEGGE DI STABILITA’ 2017, per imprese individuali e società di persone, equiparandole fiscalmente alle società di capitali.

È quanto si evince nitidamente dalle tabelle allegate al Draft budgetary plan – Dbp (Documento programmatico di bilancio) approvato dal Consiglio dei Ministri ed inviato a Bruxelles.

Gli effetti finanziari di questo rinvio, si legge, sono pari allo 0,112% del Pil nel 2018, quindi circa 2 miliardi di euro di entrate in più nel 2018 che il Governo ricava dal rinvio dell’entrata in vigore di questa flat tax sulle imprese. Il tutto in spregio agli oltre 4 milioni di imprese interessate che, insieme ai commercialisti, avevano pianificato il necessario cambio di regime contabile e reimpostato il tax planning, nonché nuovamente violando apertamente i principi dello Statuto dei Diritti del Contribuente.

La norma, in vigore dal periodo di imposta 2017, non può essere cambiata in corsa con effetto retroattivo per mere ragioni di cassa. La riduzione di circa 20 punti percentuali garantita dall’IRI ha già condizionato le scelte di molte imprese nel periodo di imposta in corso, portandole a non pagare gli acconti oppure a rinunciare alla trasformazione delle società personali in società di capitali.

Il rinvio di un anno stravolgerebbe tutto, intervenendo in modo clamorosamente retroattivo e calpestando, ancora una volta, lo Statuto dei Diritti del Contribuente e ogni elementare principio di civiltà giuridica, vanificando l’obiettivo dichiarato della capitalizzazione delle PMI e perpetuando l’inaffidabilità della legislazione tributaria italiana anche agli occhi degli investitori nazionali ed esteri.